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Divagazioni sul filo della memoria Era ( è ) eccezionale la frase con la quale venivi accolto da chi incontravi alla tua prima uscita da turista o “frastiero” come venivano definiti i villeggianti “milanesi”: “sei arrivato e … quando te ne vai”. Non c’era cattiveria era solo un modo di dire, che ti faceva sentire, anche se ben accolto come non più parte della tua città alla quale pensavi per tutto l’anno. Quando ero ragazzo, i villeggianti, era spesso un “piacevole” fastidio per i familiari che erano restati, arrivavano e si piazzavano in casa tua facendoti perdere la pace per tutto agosto. Le nostre città, avendo scoperto una “vocazione turistica” non ti classificano più, le città sono cambiate , noi siamo cambiati, non ci arrangiamo più, siamo diventati utenti, paghi, vai in albergo o in villa e quindi sei ben accolto, ti confondi con altri “turisti”. Ora torno al mio paese sempre più raramente, fino a qualche anno fa un vicino di casa di mio padre mi accoglieva simpaticamente con la frase : dottò vischegie ie u chiu bell paes du munn” (Bisceglie è il più bel paese del mondo) e io ci credevo e ci credo ancora. Non torno per cercare il tempo passato, solo uno sciocco può sperare che nulla cambi. Oggi viaggio in aereo (come molti) se parto in treno viaggio con Eurostar, con prenotazione obbligatoria e quindi posto a sedere assicurato. I passeggeri che si incamminano senza spintonare, non mi pare vero … si partiva dando l’assalto ai vagoni e spargendo sui sedile ogni sorta di capo di abbigliamento; quando addirittura si cercava di ampliare la propria circonferenza per tenere il posto a familiari o amici e alla domanda c’è un posto … la risposta era inevitabilmente tutto occupato, e di qui le interminabili diatribe del tipo e dove sono gli altri ……. Altri tempi appunto! Vinta la prima scommessa (il posto a sedere) si arrivava pian piano alle domande di rito, spesso con un italiano improbabile, partendo dal Lei e arrivando poi, piano piano al tu e alle domande da copione: - sei della bassa Italia - sei a Milano per “faticare” e dove lavori .. “in fabbbbrica ?” e poi sei sposato e vai avanti così sino a offrire parte della propria cena o pranzo con la fatidica frase di rito … “favorisci”. Le immagini si sfumano …. semplici immagini in bianco e nero, come erano quegli anni … La stazione quale fascino, luogo di partenza e di arrivo …. luogo in cui un particolare ti riporta a vivere una scena già vista: “era un tardo pomeriggio e mi sono recato in Stazione Centrale a Milano a ricevere degli amici …. a un certo punto mi sono ricordato di un episodio di cui ero stato testimone molti anni prima (quando ero militare a Legnano), salendo le scalinate della Stazione Centrale ho visto “ una donna anziana, di età indefinita, vestita di nero e con uno scialle in testa, si disperava e in un dialetto stretto e di non facile comprensione si lamentava e piangeva; allora vincendo ogni reticenza mi sono avvicinato per chiedere cosa fosse accaduto …… non la capivo e malgrado tutti i tentativi per tranquillizzarla più gli parlavo e più la donna si disperava …. Solo dopo qualche minuto che mi sembrò interminabile si avvicinarono delle persone che con lo stesso dialetto la tranquillizzarono; seppi poi da una delle persone che l’avevano avvicinata (un figlio credo) che la donna arrivava da un paesino della Calabria e che giunta a Milano per far visita ai figli in un momento di disattenzione si era persa e non sapendo altra lingua che il suo dialetto si disperava perché era in “un altro mondo” in “alta Italia” o “altra Italia” come allora qualcuno diceva e si sentì persa. La stessa scena mi si ripresentò quel pomeriggio … , ma , questa volta anche se il vestito nero, lo scialle e la lingua era identici per incomprensione non si trattata più di una donna del nostro Sud, ma di un Sud ben più lontano. Giuseppe Selvaggi
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